spot_img
spot_img
In primo pianoL'Ue rilancia la direttiva «case green», un piano che affonda i piccoli...

L’Ue rilancia la direttiva «case green», un piano che affonda i piccoli proprietari immobiliari

spot_imgspot_imgspot_imgspot_img
spot_img
spot_img

Schifone: «Serve equilibrio tra ambiente e persone»

La transizione ecologica, sulla carta, è un ideale condivisibile. Ma quando si traduce in vincoli rigidi e spese impreviste, rischia di trasformarsi in un incubo. È il caso della direttiva europea sull’efficienza energetica degli edifici – la cosiddetta «case green» – che impone agli immobili residenziali un miglioramento delle prestazioni energetiche entro un arco di tempo relativamente breve. Una prospettiva che preoccupa, e non poco, migliaia di piccoli proprietari immobiliari italiani. Non si tratta di negare l’urgenza della lotta al cambiamento climatico. Ma il punto è un altro: chi paga il conto? E soprattutto, chi può permetterselo?

Lo scorso 30 giugno, la Commissione europea ha rilanciato la sua strategia pubblicando un pacchetto di 13 linee guida e tre atti tecnici che aggiornano la direttiva Epbd (Energy performance of buildings directive). L’obiettivo è chiaro: ridurre drasticamente le emissioni del patrimonio edilizio entro il 2050, imponendo standard sempre più severi per gli edifici.

Tra le misure più importanti di questo pacchetto, e allo stesso tempo più critiche, c’è la progressiva eliminazione delle caldaie alimentate da combustibili fossili. Già dal 2025 è previsto il divieto di accedere a incentivi fiscali per questi impianti e il termine ultimo per la loro completa sostituzione è previsto entro il 2040.

I costi dei lavori e il peso sulle spalle sbagliate

Adeguare un appartamento ai nuovi standard energetici significa affrontare interventi onerosi: cappotti termici, sostituzione di infissi, pompe di calore, pannelli solari, coibentazioni e tanto altro. Tutto questo può costare decine di migliaia di euro. Un colpo durissimo per chi possiede una o due abitazioni, spesso frutto di sacrifici familiari, e non ha la possibilità economica di affrontare tali lavori.

Se poi si considerano i proprietari anziani o con reddito medio-basso, la questione si fa ancora più complicata. L’accesso al credito non è affatto scontato. Le banche richiedono garanzie, età compatibili, piani di rimborso precisi. Chi non rientra in questi parametri, resta tagliato fuori.

Il paradosso della svalutazione

La beffa è che, in assenza di interventi, le case non a norma rischiano di perdere valore. Un immobile con scarse prestazioni energetiche, tra pochi anni, potrebbe diventare molto difficile da vendere o da affittare. Il proprietario si ritrova così a dover scegliere tra due mali: spendere cifre enormi o vedere il proprio immobile svalutarsi drasticamente.

Eppure, chi possiede queste abitazioni spesso non è un “ricco speculatore”, ma un normale cittadino: pensionati, lavoratori, famiglie che magari hanno ereditato una seconda casa o l’hanno acquistata per i figli con un mutuo trentennale.

Gli effetti già visibili sul mercato

Anche se la direttiva non è ancora in vigore, i suoi effetti si stanno già facendo sentire. Le abitazioni di nuova costruzione, progettate per rispettare i futuri standard energetici, hanno raggiunto prezzi fuori portata per la maggior parte delle famiglie. Al contrario, molte case costruite nei decenni passati vengono ormai guardate con sospetto: potenziali acquirenti e inquilini temono che comportino costi e adempimenti futuri troppo onerosi. Il risultato è un mercato diviso, squilibrato, dove le nuove costruzioni si vendono a cifre altissime e il patrimonio edilizio esistente rischia di diventare un problema, non una risorsa.

Tempi stretti, burocrazia lenta

Come se non bastasse, chi decide di mettersi in regola deve affrontare un labirinto burocratico: richieste di autorizzazioni, lunghe attese per le pratiche, imprese edili introvabili o oberate di lavoro, tecnici qualificati a costi elevati. Il tutto mentre le scadenze si avvicinano e le incertezze normative non aiutano a pianificare gli investimenti.

Il nodo delle seconde case e degli affitti

Altro capitolo dolente è quello delle seconde case. In Italia sono tantissimi coloro che, magari ereditando un’abitazione dai genitori, si ritrovano con un immobile non utilizzato ma da manutenere e dichiarare. Con la direttiva, anche questa casa – magari poco abitata – dovrebbe essere ristrutturata. Un onere pesante e spesso ingiustificabile.

Chi invece affitta per integrare il reddito rischia di dover alzare i canoni per ammortizzare i lavori. Il risultato? Inquilini in fuga e case che restano vuote. O, peggio ancora, la tentazione di affittare in nero per evitare le complicazioni normative.

Serve un piano europeo, non solo regole

Il vero nodo è che Bruxelles detta i vincoli, ma non prevede un sistema organico di incentivi finanziari a sostegno dei cittadini. Le regole europee dovrebbero essere accompagnate da fondi europei specifici e diretti, per aiutare concretamente i proprietari più fragili. Non è sostenibile pensare che un pensionato o una famiglia monoreddito debba sobbarcarsi spese da decine di migliaia di euro solo perché lo impone un regolamento comunitario.

«Difendere l’ambiente è un dovere, ma non possiamo dimenticare che sulla Terra ci vivono anche le persone. Servono soluzioni equilibrate e concrete, non misure ideologiche o puramente propagandistiche. La transizione ecologica deve affrontare tutti i problemi, non solo quelli che fanno notizia», afferma Luciano Schifone, presidente di Federproprietà Napoli.

Altrimenti la direttiva «case green» rischia così di trasformarsi in una misura socialmente iniqua: giusta nei principi, ma sbagliata nella sua attuazione. Perché la transizione ecologica non può diventare un privilegio per pochi, né una condanna per i piccoli proprietari immobiliari che magari hanno solo una piccola casa e pochi mezzi.

Altre notizie